La storia del Palazzo Valadier a Roma e della famiglia

La storia del Palazzo Valadier e della famiglia

Roma in Piazza del Popolo 18

Opera di Giuseppe Valadier

Figlio dell'orafo Luigi Valadier, si dedicò allo studio dell'architettura in precocissima età: vinse a soli tredici anni il primo premio di seconda classe d'architettura al concorso Clementino del 1775 bandito dall'Accademia di San Luca, nelle cui scuole avrebbe più tardi insegnato architettura pratica. Alla morte del padre, dovette portare a termine e procedere alla fusione dell'attuale campanone della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Ebbe un'attività molto intensa e prolifica di opere e progetti. La sua opera più celebre è quella della sistemazione urbanistica di Piazza del Popolo, per la quale Valadier aveva redatto e pubblicato un progetto fin dal 1794 reduce dalla progettazione della preziosa residenza di Villa Pianciani a Spoleto dove già si leggono gli elementi che caratterizzano la moderna attenzione di Valadier per il rapporto degli spazi urbani e naturali. Il progetto definitivo, elaborato durante gli anni napoleonici, fu approvato nel 1816 e realizzato entro il 1822.

 

 

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Oggi a  New York . una mostra alla Frick Collection celebra il più grande artefice dell'oreficeria romana del Settecento, Luigi Valadier, (padre di Giuseppe Valadier) , una delle figure-chiave dell'arte decorativa italiana del 700. La sua opera fu protetta da pontefici e aristocratici. La sua vita artistica lo vide disegnatore, designer, orafo, argentiere e scultore in bronzo, e purtroppo mori  suicida perché oberato dai debiti.

 

Luigi era figlio di Andrea Valadier, argentiere provenzale trasferitosi a Roma nel 1714, Luigi Valadier  fu padre degli argentieri Filippo, Tommaso e Luigi nonché del celebre architetto Giuseppe Valadier. Egli iniziò la propria carriera nella bottega paterna sita in via del Babuino a Roma, sostituendo poi il padre nella direzione dei lavori nel 1759. Orafo di fiducia di diversi papi dal 1769, lavorò anche per diversi committenti altolocati italiani e stranieri, come l'Elettore Carlo Teodoro di Baviera (per cui eseguì un centrotavola con la riproduzione in argento della Colonna Traiana) e Enrico Benedetto Stuart, duca di York e cardinale.

Oltre a queste opere, Pio VI gli commissionò un prezioso calice di lapislazzuli che donò al re Stanislao II Augusto Poniatowski o ancora una grande specchiera in argento per Palazzo Chigi a Roma. Nel 1770 eseguì il grandioso altare maggiore del Duomo di Monreale, nei pressi di Palermo, con un ricco e raffinatissimo corredo liturgico.

Nel 1785 la sua esistenza si chiuse tragicamente: durante la lavorazione dell'attuale campanone della Basilica di San Pietro, del diametro di mt. 2.30 in peso di 10 tonnellate. Luigi, che non era un fonditore di campane temendo un insuccesso, la vigilia della fusione si suicidò gettandosi nel Tevere. In realtà, studi compiuti sui libri dei conti, suggeriscono che il movente fosse una situazione economica disastrosa, derivante dal fatto che Valadier pareva essersi unito in affari con un socio che pretendeva il 24% degli incassi annui. La colata venne poi portata a termine da suo figlio Giuseppe.

 

In occasione della rassegna americana (Splendor in Eighteenth-Century Rome), aperta fino al 20 gennaio 2019, una pubblicazione sulla  Domenica del Sole 24 Ore,  propone  un viaggio nel passato  che mette in luce relazioni e  intrighi artistici della Roma settecentesca come ce lo racconta Gonzalez-Palacios nell'introduzione del libro monografico “Luigi Valadier” , di cui la Domenica del Sole 24 Ore offre ai suoi lettori uno stralcio:

“Che caso terribile. Mr Luigi Valadier si è buttato a fiume” scrive, forse per una volta commosso, quell'uomo freddo, intelligente e piuttosto spietato che era lo scultore Vincenzo Pacetti. Parla di un suo amico e anche di un suo compagno di affari: la maggior parte degli artisti romani del Settecento era costretta ad occuparsi di soldi e di negozi. Anche se avevano successo e il mestiere andava bene, farsi pagare dai committenti era difficile quanto scolpire un marmo, dipingere una tela, o fondere un argento. Alcuni riuscivano ad essere ricchi, come Pacetti, ma il povero Valadier, che di commesse e di clienti ne aveva avuto tanti – addirittura papi e sovrani - era indebitato fin sopra ai capelli. E le cose andavano così a rilento da essere stato costretto ad associarsi a tale Giuseppe Amici che gli versò il 13 gennaio 1780 una cifra enorme, diecimila scudi, riservandosi però un profitto annuo colossale, il ventiquattro per cento (così scrive il grande biografo degli argentieri romani, Costantino Bulgari). Come si fa a vivere o a poter lavorare con un tale onere? Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore.

 

A cura della redazione di ANBBA

 

Data: 18/11/2018